Un giardino di Russel Page

... durante la visita al giardino di Villa Silvio Pellico ho dovuto arrendermi all'esistenza di realtà che scavalcano di buon grado ogni singola elaborazione di “bello” ...

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Sono cresciuta con l’idea di “bello” come di un parere soggettivo, nella sostanza legato alle percezioni e al bagaglio iconografico-culturale che ciascun essere umano matura nel tempo. Tuttavia due settimane fa, durante la visita al giardino di Villa Silvio Pellico a Moncalieri, ho dovuto arrendermi all’esistenza di realtà che scavalcano di buon grado ogni singola elaborazione di “bello” per definirne una in qualche modo “universale”. Il giardino, complessivamente di sei ettari, è stato realizzato tra il 1956 ed il 1959 ad opera di uno dei paesaggisti più famosi dell’ultimo secolo: l’inglese Russel Page. Giunti all’ingresso della proprietà, il tiepido sole è ancora alto ed il cielo azzurro terso, come solo in qualche rara giornata autunnale capita di osservare. Attraversato il ponte di legno adorno di glicine dorato, si apre davanti a noi uno spettacolo che incanta: morbide nuvole di bosso, potate con grande maestria, circondano ed avvolgono dolcemente ogni cosa. Mentre camminiamo lungo il viale sinuoso, esse si aprono qua e là, come in una danza d’accoglienza, mostrandoci ampie distese di prato dominate da alberi possenti, maestosi ed aggraziati, con foglie dai caldi colori autunnali. Mi affascinano in particolare la grande campana verde, chioma di un Fagus sylvatica f. pendula, il fogliame giallo oro di numerosi esemplari di noce nero e il profumo aspro e pungente dei loro frutti rotolati lungo il pendio. Salendo ancora, spuntano qua e là macchie rosse di grandi Cornus ma il nostro sguardo è inevitabilmente sedotto da un superbo Fagus di rara bellezza; le sue branche hanno portamento allargato ed inserzione relativamente bassa. “Sta qui da sempre”, ci dice uno dei tre giardinieri della proprietà. Ancora qualche curva e poi le nuvole di bosso si diradano, posizionandosi a cornice dell’immagine trionfale che si presenta ai nostri occhi: dal prato di un verde singolare sorgono due cedri immensi, da poco diventati monumento nazionale. Parte del prato sotto i cedri è abilmente sostituita da Convallaria japonica, tappezzante da ombra che garantisce al prato un bell’aspetto anche quando i cedri non consentirebbero al tappeto erboso di prosperare. Appena abbiamo varcato il cancello della Villa e ci siamo lasciati alle spalle i due possenti cedri, l’aria si fa meno austera. Di fronte all’abitazione, si apre uno splendido giardino di matrice tipicamente rinascimentale: labirinto, scale, terrazzamenti, vasche con zampilli, ninfei, bossi e tassi topiati, etc. Contro la mia volontà di osservare minuziosamente ogni dettaglio di questa spettacolare quinta teatrale, il mio sguardo è catturato quasi esclusivamente dal labirinto di bosso topiato che trovo estremamente affascinante, forse per la sua forma intrigante, forse per l’incantevole sfondo della collina torinese su cui spicca. Soltanto grazie alla mia vocazione espressamente ‘agronomica’ riesco a distogliere l’attenzione dal labirinto per posarla invece sul piccolo orto. Benché non vi siano coltivate specie ortive, come si può ben immaginare, le pietruzze colorate ed il fogliame grigio della Santolina chamaecyparissus all’interno delle piccole siepi di bosso danno un effetto cromatico straordinario. Questo giardino all’italiana esula dalla tipica rigidità delle potature severe mostrando, al contrario, un profilo morbido, movimentato. Parrebbe quasi una follia, un’incongruenza, eppure Russel Page, con formidabile maestria, introduce meli e ciliegi da fiore tra le due forme di giardino, ingentilendo mirabilmente quello che di per se sarebbe l’aspro passaggio dall’una all’altra, creando, con la capacità di semplificare il complesso che ha contraddistinto la sua opera, un armonico e piacevole continuum di vegetazione. (Elena Lanzi - Agronomo Paesaggista / foto Samuele Mencaroni - Agronomo Paesaggista).

Un giardino di Russel Page