L'ostrica

L'ostrica di Francis Ponge

Francis Ponge (1899-1988); traduzione di Jacqueline Risset

L’ostrica, della grandezza di un ciottolo medio, ha un’apparenza più ruvida, un colore meno uniforme, brillantemente biancastro. E’ un mondo testardamente chiuso. Eppure si può aprire: occorre per questo tenerla nel cavo di un canovaccio, usare un coltello intaccato e poco franco, far diversi tentativi. Le dita curiose si tagliano, le unghie si rompono: è un lavoro grossolano. I colpi che le si dànno ne segnano l’involucro con cerchi bianchi, con sorte di aloni. 

All’interno si trova tutto un mondo, da bere e da mangiare: sotto un firmamento (propriamente parlando) di madreperla, i cieli di sopra si accasciano sui cieli di sotto, per non formare più che una pozzanghera, un sacchetto vischioso e verdastro che fluisce e rifluisce all’odore e alla vista, frangiato sui bordi da un merletto nerastro. 

Talvolta, raramente, una formula imperla la gola madreperlata: e di essa si fa subito ornamento.

da Il partito preso delle cose, 1942

L'ostrica